Squid Game: dalla brutalità dei giochi all’usura della formula

Quando “Squid Game” ha debuttato su Netflix, ha subito colpito per il suo tono disturbante e ipnotico. La prima stagione si presenta come una versione brutale e distopica di “Giochi senza frontiere”, spogliata di qualsiasi innocenza e trasformata in un campo di battaglia mortale dove la posta in gioco è la sopravvivenza.

Un viaggio nei bassifondi coreani

Il primo episodio introduce con grande efficacia Seong Gi-hun, protagonista umano, fallito e disperato, mezzo ubriacone separato dalla moglie, sommerso dai debiti e con una figlia che cerca disperatamente di impressionare. Il suo background, narrato con sensibilità e toni malinconici, crea subito empatia.

L’atmosfera è da subito losca e opprimente, evocando il cinema di Bong Joon-ho con Parasite, ma anche l’estetica cupa e disturbante di Old Boy di Park Chan-wook. La scena iniziale nella metropolitana, in cui Gi-hun incontra un misterioso individuo che lo sfida a un gioco semplice e umiliante (il ddakji), è tanto inquietante quanto affascinante.

Dopo la sconfitta e il pestaggio simbolico, riceve un biglietto da visita: la sua porta d’ingresso per una serie di giochi con in palio un’enorme somma di denaro.

Vince chi arriva primo

Da qui, Squid Game assume tonalità molto simili al capolavoro giapponese Battle Royale (2000) di Kinji Fukasaku. Le somiglianze sono evidenti: l’arrivo dei partecipanti, l’uso del gas per sedarli, la perdita d’identità e l’elemento della sorveglianza totale. Altre suggestioni emergono dal film As the Gods Will di Takashi Miike, soprattutto nel design dei giochi assurdi e mortali.

Un due tre …spara

Il momento più iconico della serie, però, arriva con la bambola robot gigante, ispirata a Younghee, personaggio delle copertine scolastiche coreane degli anni ‘70 e ’80. Il gioco “Un, due, tre, stella” si trasforma in una carneficina. È qui che lo spettatore scopre l’essenza della serie: l’unica regola è vincere, o morire. Appaiono i soldati mascherati, vestiti in tute rosse con triangoli, cerchi o quadrati sul volto – diventati subito simboli virali e iconici.

La brutta fine dei cattivi

La prima stagione riesce a combinare critica sociale, tensione, simbolismo e intrattenimento in maniera efficace. I “cattivi” spesso finiscono male, ma non esiste un vero eroe, solo persone disposte a tutto per sopravvivere. E proprio questo equilibrio tra spettacolo e denuncia sociale – una metafora feroce del capitalismo rende la narrazione così coinvolgente.

Il ritorno di Seong Gi-hun e la ripetizione che annoia

Dopo una prima stagione che ha ridefinito il genere, le mie aspettative per Squid Game 2 erano altissime. Purtroppo, la serie sceglie una strada prevedibile: Seong Gi-hun, sopravvissuto e teoricamente cambiato dalla sua esperienza, invece di scappare da quell’inferno, decide di tornare nel gioco. Una scelta che poteva aprire a nuove prospettive morali o narrative, ma che invece ricicla gli stessi meccanismi del passato, senza la forza del contesto iniziale.

La seconda stagione sembra quasi soffrire il peso del proprio successo. Cerca di ampliare il mondo, mostrare nuovi organizzatori, svelare retroscena… ma senza mordente. L’atmosfera non è più tesa e claustrofobica, bensì quasi teatrale, e si sente la mancanza di quell’urgenza vitale che caratterizzava il primo ciclo.

Il mondo dei VIP

La terza stagione continua su questa falsariga: espande il mondo dei “VIP”, introduce sottotrame politiche e tenta di approfondire la mitologia del gioco, ma lo fa senza una vera evoluzione narrativa. Seong Gi-hun, che avrebbe potuto rappresentare il trauma, la vendetta o il rifiuto del sistema, diventa quasi un burattino nelle mani della sceneggiatura. Il suo arco narrativo non cresce, ma si appiattisce, trasformandolo in un protagonista stanco e disilluso, ma non per questo più interessante.

A proposito di VIP, in Squid risultano grotteschi, macchiettistici, quasi ridicoli inoltre rompe il ritmo e il tono della serie. Ogni scena con i VIP rischia di trasformarsi in una farsa, spezzando l’atmosfera cupa e angosciante che dovrebbe caratterizzare il gioco.

Due episodi di spiegoni

Gli ultimi due episodi della serie avrebbero dovuto chiudere il cerchio narrativo, alzare la posta in gioco e lasciare lo spettatore con il fiato sospeso. Invece, quello che si percepisce è una mancanza di inventiva evidente, quasi come se gli autori, dopo tanto costruire, non sapessero più dove portare la storia. Il ritorno del “gioco del calamaro” già visto nella prima stagione viene qui riproposto in chiave spettacolare e artificiale, quasi sospeso in aria, con regole confuse e nessuna vera tensione, non mancano gli spiegoni finali .

Il futuro di Squid game

Con il successo globale e senza precedenti della prima stagione, era inevitabile che Squid Game si trasformasse da serie rivelazione a vero e proprio franchise. Netflix ha già annunciato vari spin-off.

Personalmente, Squid Game mi aveva conquistato all’inizio: quella miscela di critica sociale, disperazione umana e tensione visiva era qualcosa di davvero potente. Ma con il passare delle stagioni, ho avuto la sensazione che tutto si stesse un po’ svuotando. Il messaggio si è perso, i colpi di scena non sorprendono più, e anche Seong Gi-hun, che all’inizio era un personaggio tormentato e reale, ora sembra muoversi per inerzia. Il mondo di Squid Game è ancora affascinante, certo, ma se non ritrova una direzione più autentica, temo che finirà per diventare solo un prodotto senz’anima

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *